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domenica 11 giugno 2017

Considerazioni inglesi - 1



Recentemente, grazie alla generosa ospitalità di John, amico di famiglia anglo-goriziano, e della sua famiglia, Alison, Gianluca, Siena, ho potuto approcciarmi per la prima volta all’Inghilterra, sicuramente un Paese molto presente nell’immaginario comune anche della gente che non viaggia e non è particolarmente interessata all’esistenza di un mondo al di fuori della propria routine.
(Mi scuso per le foto, ma questo succede quando ci si dimentica il caricabatterie della macchina fotografica e si deve ovviare con un cellulare scadente).


Se c’è, infatti, un luogo su cui si hanno luoghi comuni, questa è l’Inghilterra. Da quando tutti pensiamo di sapere l’inglese, pensiamo anche di sapere molte cose sull’Inghilterra. Mi metto tra questi; ho invece scoperto l’insufficienza del mio inglese.
L’Inghilterra è Londra? L’aeroporto dove volano gli aerei low cost si chiama Stansted. Londra dista un’ora almeno in macchina; io nemmeno dall’aereo l’ho vista. In compenso, ho visto la campagna inglese. Ecco un luogo comune vero: l’Inghilterra è verde, ma verde verde verde.




Ho alloggiato nel piccolo villaggio di Wroxton, vicino a Banbury, in un angolo periferico dell’Oxfordshire. Qualche centinaio di anime, belle case in sandstone, o pietra di sabbia, gialla. Ecco un secondo luogo comune vero: gli inglesi hanno il pallino del giardinaggio, ogni centimetro quadro dei loro spazi esterni è popolato di bordure piene di fiori; sarà anche vero che il clima inglese è grigio, ma avere un bel giardino è un buon antidoto, evidentemente.








Il sole sorge così presto, in Inghilterra, io imprudente non ho avvicinato le tende, così verso le 5 la stanza era invasa di luce e non mi è rimasto altro che farmi un giro. E’ difficile descrivere quanto bella e curata sia la campagna inglese, gli splendidi campi di cereali, di fave, i pascoli, le siepi, i maestosi alberi solitari. 








Ogni tanto, sulla strada, un cartello indica un footpath, un sentiero. Non resta altro da fare che prenderlo. Questi sentieri sono esili, ma ben battuti. Certe volte passano direttamente nelle coltivazioni. C’è da qualche parte un agricoltore che ha arato un campo, lo ha concimato, diserbato e seminato, ma accetta senza recintare, senza apporre cartelli, che cani e persone calpestino i suoi sforzi. Questi sentieri bucano siepi, e saltano le staccionate con l’aiuto di sgabelli, passano in mezzo ai pascoli. Questi sentieri devono essere sacri: man mano che ti avvicini al villaggio, noti che le (delicate) case di qualche espansione edilizia recente non ci si avvicinano, come se il sentiero fosse una specie di linea dell’alta tensione dello spirito civico, chi la viola, muore. Il sentiero abbandona la campagna dolcemente, diventa un piccolo parco sinuoso tra le case nuove e poi ti fa sbucare direttamente nel centro vecchio del villaggio. 



Chissà quali consuetudini, quali antiche regole ci sono dietro questi sentieri. Perché l’Inghilterra è un paese conservatore, e conservato: tutti i paesini della zona sono come Wroxton. Con la loro chiesetta gotica, che ha un cimitero molto gotico nel giardino con tombe di gente morta tipo nel 1850, e numerosi sepolcri anche dentro la chiesa, a volte vistosi sarcofagi di notabili locali. Niente barocco in questa zona: solo gotico. Infatti l’Inghilterra ha una storia sua particolare: dal 1066 in poi, nessuno l’ha più invasa, quindi tutto, in un certo senso, continua da quella volta – diritti, consuetudini, edifici, le persone. E’ pur vero che non sono mancate guerre – l’Oxfordshire è stato teatro della Guerra delle Due Rose nel ‘300 e di quella Civile nel ‘600 quando i nobili guidati da Cromwell, in rotta col Re, avevano deciso di diventare una repubblica. Ma appunto, dal 1066 in poi, sul suolo inglese gli inglesi si sono limitati a scannarsi tra di loro, ammettendo al massimo gli scozzesi. Per questo, la continuità è palpabile. 






 
Uno degli aspetti di questa continuità sono le diverse dimore, ancora abitate dalle famiglie che ne sono proprietarie e che, per mantenerle, cercano di farle diventare attrazioni turistiche e inventano occasioni – in certi casi anche molto valide – per spillare soldi al passante. Così ad esempio Broughton, da secoli in mano alla famiglia Fiennes. Il lato positivo è che così facendo, le dimore sono mantenute, anche nel loro lato più oneroso, cioè i vasti parchi. Per dire, a Broughton sono le pecore che mantengono il prato. Un impietoso paragone col povero parco di Miramare si impone, cosa direbbe il povero Arciduca se vedesse com’è ridotto…

















Una gigantesca dimora è Blenheim. Blenheim ha una storia più recente. Il conte Churchill era un militare e un intrallazzatore di corte, finché nel 1704 non sconfisse Luigi XIV, il re Sole, nella località bavarese di Blindheim. Questo diede un duro colpo all’espansionismo assolutistico francese e il conte Churchill divenne un eroe. Come premio, gli venne dato un terreno e una grossa somma di denaro, con la quale il conte si costruì una dimora che doveva essere la risposta inglese a Versailles… E credetemi che questo sito UNESCO è la risposta giusta. Il palazzo è attrezzato con suggestivi percorsi multimediali, statue a grandezza reale che si muovono e altre trovate geniali grazie alle quali chi fosse equipaggiato di un inglese un po’ più florido del mio può apprezzare davvero la storia di tutti gli strambi e grandi personaggi che hanno popolato questa reggia, tra i quali un tale Winston…











Quel giorno Blenheim ospitava una manifestazione gastronomica con chioschi. La gastronomia inglese non gode di buona nomea: quel che è vero, è che non è facile scovare una tradizione culinaria inglese. Gli inglesi, così conservatori per molti aspetti, hanno smarrito più di altri quel legame tra materia prima, cioè agricoltura, e consumatore finale, legame che è la base di ogni tradizione gastronomica che si rispetti. Sarà per via dell’industrializzazione precoce, o della grande distribuzione che è arrivata così presto, o per altre cause? E’ un fatto comunque che tale trend si sta invertendo, e sempre di più gli inglesi si rivolgono ai loro farmers e anche lì a Blenheim, accanto a proposte più o meno improbabili, definibili con un eufemismo “internazionali”, c’erano dei produttori locali (alcuni proponevano le loro “coppa” e “culatello” made in UK, e vabbè). La situazione che mi descrive John è questa: “Una volta a Bambury c’erano diverse panetterie. Ora nemmeno una.” Il che mette tristezza, specie se si pensi che il grano è la principale coltura della zona. Ma ci sono buone prospettive che la situazione cambi. Si noti: tra gli espositori, c’era un produttore di spumanti inglese…(continua...)

  


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