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mercoledì 7 giugno 2017

L'equivoco dell'integrazione transfrontaliera



Lunedì pomeriggio ho potuto assistere a una simpatica occasione di dibattito sulla percezione che italiani e sloveni hanno gli uni degli altri, in occasione della presentazione, che alcuni studenti del SID hanno fatto, dei risultati della loro ricerca col prof. Moreno Zago, fondata su questionari proposti a goriziani e novogoriziani.
In questi risultati emergeva “la speranza nelle giovani generazioni”. Al che un signore attempato che, pare, ha studiato la questione tutta la sua vita, se n’è uscito con un alquanto demagogico “eh, ma a me pare che ai giovani non interessi collaborare”.
Ora il dubbio sorge spontaneo: collaborazione a che livelli? Perché se parliamo di collaborazione a livello istituzionale, quanti sono davvero i “giovani” (under 30? Under 40?) che contano qualcosa e possono a qualche titolo coinvolgere le proprie organizzazioni nel processo di integrazione transfrontaliera? Prendiamo ad esempio il Consorzio per lo Sviluppo Universitario, ente che sarebbe suscettibile di una qualche azione transfrontaliera, presieduto dal giovane Emilio Sgarlata (classe 1939), e vicepresieduto dalla giovane senatrice Laura Fasiolo (classe 1947).
I giovani hanno chiaramente meno occasione di contare a livello istituzionale. Proprio su questo livello è invece incentrato il dibattito sulla collaborazione transfrontaliera . Pretendere che un corpo rigido, di gomma alquanto dura – cioè la nostra pubblica amministrazione – si confronti, si amalgami, con un corpo della stessa consistenza – cioè l’amministrazione slovena – è puro sognare. E riporre ogni speranza in questo GECT significa rinunciare alle molte piccole attività che si dovrebbero fare, e non richiedono milioni e strutture burocratiche comuni.

Ad esempio, i confronti tra scuole. Quando ero in terza superiore, nell’ormai lontano 2007, l’Istituto Tecnico Agrario Brignoli di Gradisca, che frequentavo, organizzò delle attività lungo tutto l’anno scolastico con l’analogo Istituto di San Pietro in Slovenia. Non ho avuto notizia della prosecuzione di questa iniziativa, che pure permise a ragazzi e docenti di confrontarsi, con tutte le comprensibili difficoltà dovute alla lingua. Con alcuni di quei ragazzi sloveni ci si conosce ancora. Si era allora in clima di ottimismo: nel panorama odierno sicuramente più plumbeo ce ne sarebbe molto più bisogno.
Nella dimensione associativa sono vari gli esempi: come non citare alcuni privati appartenenti al Corpo Forestale Regionale, che organizzano regolarmente incontri con gli omologhi sloveni.
Quello che un’amministrazione saggia può fare, realisticamente, è stimolare incontri tra cittadini nel loro privato, con iniziative poco onerose da patrocinare. Infatti, la maggior parte delle persone studia, lavora, fa acquisti, trascorre il tempo libero (troppo, per i tanti disoccupati) in qualche modo: chi è più attivo ha degli hobby e delle passioni, che esprime talvolta mantenendo una vita associativa.  
Ed è certo su questo quotidiano che bisogna agire. L’agricoltore isontino lo sa chi c’è dall’altra parte della frontiera? Con chi si confronta la Coldiretti? Con chi si confrontano le varie associazioni di categoria? Con chi si confrontano le associazioni di appassionati della montagna? Con chi si confrontano i cori, gli amanti dei fossili, dell’agricoltura biologica, dello yoga, del badminton ecc ecc ecc?
Mi sembra abbastanza chiaro che una conoscenza della realtà transfrontaliera manca, mancano occasioni di confronto transfrontaliero sul quotidiano e sulle passioni di ciascuno. E questo sì bisogna dirlo: in una città così timida in tal senso, il rischio è che si continui a blaterare di GECT per decenni, senza che la situazione cambi davvero. E quindi un’amministrazione lungimirante potrebbe, per una volta, essere traino per la società civile, in una città dove invece succede sempre il contrario. Anche servendosi dell’ISIG, importante istituzione culturale goriziana che si occupa progetti europei, dovrebbe aiutare di più le componenti della società civile a sfruttare i programmi europei loro dedicati.
Speriamo che si smetta di finalmente di parlare sempre e solo di istituzioni, di progetti milionari, di sigle, e che ci si ricordi che l’obiettivo è superare un confine che, nelle abitudini e nelle relazioni sociali delle persone comuni, c’è, eccome, ed è difficilissimo da superare.

Bene sarebbe ad esempio l’organizzazione di eventi insieme (dividendo anche le spese), perché no, il Capodanno.
Perché, e mi prendo il mio momento di demagogia, vale più una coppia mista di mille GECT.

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