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lunedì 18 settembre 2017

Anteriori e Posteriori: la vasca dei pesci Italia



Italia: strano Paese. Come in una vasca di pesci, ora che non è più possibile nutrire tutti a sazietà con il mangime comprato a debito, si è innescata l’inevitabile dinamica cannibale: i pesci vecchi e grossi mangiano uova e avannotti.
Le persone che lavorano, in maniera più o meno discontinua, pagano dei contributi, che nutrono il sistema pensionistico e finanziano i pensionati. Alcuni di loro, con questi soldi, fanno una vita da nababbi, se paragonata a quella che toccherà al giovane che sta in questo momento pagando; con punte di ingiustizia anche all’interno di questo gruppo, dove c’è magari gente che ha fatto per quarant’anni lavori pesanti e gente che per quattordici anni sei mesi e un giorno ha svolto attività difficilmente qualificabili come “lavoro” secondo il senso comune.
E’ difficile individuare nella categoria dei pensionati, uno dei problemi che affliggono l’Italia d’oggi.
Molte persone stanno beneficiando di un trattamento favorevole magari in vigore negli anni ’80 e a noi precluso da leggi successive, secondo una tipicità tutta italiana detta “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce ‘o passato”, o se volete, “legge del Menga, chi ce l’ha nel c**, che se lo tenga”. Perché, quando si deve abolire un “diritto”, meglio farlo su quelli che non l’hanno mai provato: infatti, difficile che chi non è mai stato sazio si lamenti di avere fame. Al limite, se qualcuno ha da obiettare, si può oggi affermare che “ce lo chiede l’Europa”.
Prevedere due trattamenti diversi, a seconda che uno sia nato prima o dopo, produce due interessanti effetti:
1)       Chi resta fuori (per convenzione chiamiamolo “il Posteriore”) è pervaso da un certo sentimento verso chi “è dentro”; guarda con bramosia ai posti di lavoro che egli ricopre. Spesso, intuendo l’inarrivabilità di quella riserva protetta, viene preso da sentimenti ostili, ovvero: i diritti che io non possiedo, ma altri sì, sono privilegi, e se non li posso avere io, che non li abbia nessuno
2)      Chi è dentro (“l’Anteriore”) sente la pressione della società; difende la propria (peraltro intoccabile) posizione. Non si chiede se la sua posizione sia finanziata da altri, che non ne godono, preferisce anzi sorvolare: “me la sono conquistata, ho dato, e questo è un mio diritto”. Non si spiega come mai il Posteriore non abbia accesso ai suoi stessi diritti, ma d’altro canto non è affar che gli competa (talvolta prova privatamente compatimento verso qualche figlio o altro caro Posteriore). Spesso l’Anteriore è un cittadino molto impegnato: deplora la situazione della Nazione, è prodigo nell’individuare responsabilità altrui, sempre pronto però a difendere le proprie prerogative di Anteriore, e, al limite, a lamentare la scarsa qualità umana dei Posteriori.
Il risultato è lo stesso: la società si divide in Anteriori e Posteriori. La solidarietà,dove esiste, esiste solo a livello per così dire “privatistico”: solidarizzo col figlio, col nipote, col figlio dell’amico. E si disegna un confine labilissimo tra “privilegi” e “diritti”, una nebbia utilissima a chi vuole abolire veri diritti e/o mantenere veri privilegi. Infatti, per paura di creare “precedenti”, anche i sindacati sono ben cauti nell’operare discernimenti di situazioni.
L’Italia ha diverse specificità: da un lato, la differenza tra Anteriori e Posteriori è accentuata (da incredibili regalie prima, dall’abbandono dei giovani ora). Dall’altro lato, però, ci sono molti genitori disposti a mantenere figli, nonni che mantengono nipoti, insomma il rapporto intergenerazionale è molto forte dentro le famiglie. Inoltre, la famiglia e anche il singolo può creare le proprie reti sociali che accentuano o diminuiscono il fenomeno. Tutto questo genera ovviamente un’infinita gamma di sfumature in cui la situazione è mitigata o esacerbata.
I fautori dello status quo, perlopiù appartenenti alla schiera degli Anteriori, lamentano la guerra tra poveri, ma non hanno nessuna intenzione di fare sacrifici (“ne faccio già abbastanza”). I movimenti da cui si fanno rappresentare (Sindacati e Partiti, in primis) lo sanno: pertanto i sacrifici li fa chi deve entrare. I nuovi contratti di lavoro saranno più severi, le nuove pensioni saranno più povere. 
I Posteriori in genere sono impegnati nella lotta per la vita, e/o a godersela per quanto possibile, e non pensano molto a farsi rappresentare come raccontato www.ilpost.it "Giovani e politica".
L’Anteriore, perlomeno quello preoccupato per il futuro, lo sa che i sacrifici qualcuno se li deve sobbarcare. Ma c’è sempre qualcuno che lo convince: la persona giusta per quel sacrificio, forse, deve ancora nascere. Qui, o, se i nostri Posteriori smidollati non vogliono figliare, in qualche villaggio dall’altra parte del Sahara.

venerdì 15 settembre 2017

Tutti esperti di OGM




Ogni tanto, costretta dagli eventi, la nostra stampa si occupa di agricoltura, non già per promuovere qualche “eccellenza” o la storia dell’agricoltura “che dà lavoro”, ma dell’agricoltura vera che sfama l’umanità. Lo fa controvoglia, perché un agricoltore friulano ha visto riconosciuto (non si capisce, per ora, con quale risvolto  pratico) il diritto di coltivar mais OGM. L’agricoltura emerge solo in filigrana, gli articoli cercano sempre di riportarti alle eccellenze, il tenore degli immancabili opinionisti è “no agli OGM perché se no poi non possiamo più produrre cibo di lusso”. La domanda su chi produce la materia di cui ci nutriamo noi, che possiamo concederci il lusso una tantum, è sempre inevasa…
Ma lasciamo da parte le questioni etico-filosofiche e le loro ricadute tecniche, e vediamo in che mani ci mette il “Piccolo” per permetterci di farci un’opinione.
Barbara Puschiasis è la presidente di Federconsumatori. Di professione avvocato, sugli OGM non prende posizione ma elogia il principio di precauzione adottato in Europa. Faccio sommessamente notare che una  applicazione, particolarmente ortodossa, in Italia ha portato alla distruzione delle sperimentazioni (soprattutto pubbliche) che si conducevano.
Gigi Faleschini produce ortofrutta bio a Pontebba da trent’anni. La sua posizione, come la riporta il quotidiano, è: “meglio le colture locali, sono più resistenti, rappresentano il futuro. Le modificazioni genetiche sono pericolose”. Molto interessante sarebbe sapere, a questo punto, se questo imprenditore agricolo, coerentemente, si autoselezioni la semente o se si avvalga di materiale migliorato comprato in vivaio. Allo stesso modo, sarebbe interessante capire se la frutta che egli propone deriva da varietà antiche e tradizionali (e quindi abbia compiuto un’operazione culturale per proporle al consumatore) o se invece la sua frutta deriva da quelle quattro varietà commerciali che il consumatore è abituato a comprare.
Mauro Giacca ha un trafiletto e viene classificato come “lo scienziato”. E’ presidente dell’Icgeb (non Itgeb come riportato dall’articolista) cioè “International Centre for Genetic Engeneering and Biotechnology”. La sua posizione è nettamente “pro”; rincara la dose affermando che il nostro dibattito, in giro per il mondo, farebbe ridere. Dal cv pescato in internet, emerge la sua laurea in medicina. Sottolinea infatti la mancanza di evidenze scientifiche sui pericoli per la salute dervianti da OGM.
Fabio Bosco è titolare di un gruppo di distribuzione alimentare. La sua posizione non è di no a prescindere, ma bisognerebbe cercare di selezionare OGM utili alla comunità, e possibilmente sotto l’azione pubblica, non per farli diventare brevetti delle multinazionali. Ecco, a questo proposito esistono degli interessanti blog dove si racconta, tra l’altro, anche degli OGM italiani che sono stati distrutti. Ad esempio l’ottimo blog di Dario Bressanini o quello di Agrarian Sciences, gruppo di professori e professionisti in agricoltura. Ma è possibile anche ripercorrere le tappe delle biotecnologie italiane in questa vecchia puntata di Presa Diretta.
Luca Tornatore è un ricercatore (astrofisico) e attivista, distintosi per il contrasto agli OGM. Contro senza se e senza ma.
L’ultimo opinionista è Edi Bukavec, pressidente di Assoagricoltura FVG, che dice: OGM ok se servono per produrre di più e alleviare la fame nel mondo, ma non da noi. Qualche riflessione sulle abbondanti importazioni che facciamo di derrate alimentari si dovrebbe fare. Di quest’ultimo non ho trovato curriculum.
Il dibattito comunque si incentra sempre su OGM sì o no, mai un OGM cosa?, come? quando? perchè? ma...

Quello che comunque mi premeva far notare è un dato: tra le persone interpellate non c’è nemmeno un laureato in agraria, o un appartenente all’ordine degli agronomi. Nell’articolo principale, a dire il vero, c’è un laureato in scienze agrarie: è il presidente del Veneto, Zaia. Che non approfondisce la questione e parla di mobilitazione popolare, consolato in maniera generica e non tecnica dal collega FVG Shaurli (educatore professionale) e dal ministro Martina (diplomato perito agrario, ma laureato in Scienze Politiche)…

sabato 2 settembre 2017

Elogio del buon provincialista


Noi goriziani abbiamo tutta una nostra tradizione di poemi elegiaci dove si dice che non esiste posto più bello di questo per vivere ecc ecc. Chissà se una parte del nostro provincialismo viene di lì. Provincialismo come corrente letteraria.
Come definirlo, altrimenti?
Il provincialismo è un non pensiero perché non si tratta di ragionamenti attivamente perseguiti, ma di un istinto misto di comodità, paura dell'ignoto, pigra adesione a modelli di vita ricevuti, e anche senso di responsabilità, verso la famiglia, la società, l'azienda. Il provincialista, spesso, è il migliore dei cittadini possibili:perché ritiene di non avere un altro posto, un'altra situazione dove andare. Il provincialismo talvolta assume una consapevolezza e cerca di farsi passare per ideale, della serie "io faccio cose qua per la mia terra e tu sai solo scappare". Questo quando si esprime in maniera franca, aperta. Altrimenti rimane sottotraccia, assume le parvenze dell'aria sorniona e vissuta dei vecchi che dicono "io non ho studiato né viaggiato, eppure so questo, questo e questo, e ho costruito tutto questo con le mie mani" e dell'aria sicura e serena di alcuni giovani vecchi, che dicono la stessa cosa, mandano avanti aziende, diligenti e fieri soldati di questo ordine economico. C'è molta saggezza, nel provincialismo.
Per questo, il provincialismo, oggi più che mai, viene premiato. Il provincialista è infatti una persona molto stabile, affidabile, disciplinata. Lotta, sopporta, insiste, digerisce un lavoro o un trattamento economico che non gli basta, perché il provincialismo insegna questo:non c'è alternativa migliore di quel che hai. E si viene ripagati:un provincialismo ben gestito dà luogo a una possibile solidità economica negli anni, a belle carriere. Ti farà viaggiare, a modo suo, andrai nel mondo a rilassarti, a vedere il meglio che il mondo desidera venderti, ti illuderà di conoscere Nazioni lontane. Vivrai bene se non soffri di inquietudini, se non ti poni troppo spesso la domanda principe di tutti i sognatori sconfitti "cosa sarebbe stata la mia vita se..."
Un fattore chiave del successo del buon provincialista è che, nella stragrandissima maggioranza dei casi, farà il suo cursus honorum grazie alle valutazioni e alla benevolenza di altri provincialisti:persone concrete, solide, radicate, che non si sono formate da sole, ma si sono fatte formare, apprendendo ciò che è utile. Persone che valuteranno l'attitudine della recluta ad essere una persona adatta; ad essere, cioè, a sua volta, un buon provincialista. C'è forte continuità nel provincialismo.
Capitano però momenti in cui l'economia si espande ed altri in cui si ritrae. Siccome è il provincialismo che governa le cose umane in tanti luoghi, bisognerebbe chiedersi se questo modo di procedere sia  quello giusto. Ma uno dei cardini del provincialismo è, per l'appunto, ritenere che non esistano alternative migliori di quelle che si hanno. Ed esistono migliaia di buoni provincialisti senza un lavoro, cioè senza un posto nella società provincialista. La quale ti mostra solidarietà e ti accoglie, ma non devi mettere in discussione i suoi valori. In tempi di crisi, il provincialismo reagisce serrando i ranghi:la selezione provincialista si fa più severa, e il premio per la fedele adesione si fa via via più scarno e insicuro. Ma, in abbondanza o in carestia, il provincialismo resta l'unica via.
Ma allora, cos'è chi non è provincialista?
Se il provincialismo è pieno di sfumature, fuori di lì ci sono molti colori. Ho già menzionato i sognatori falliti, per esempio, ed è impossibile catalogare tutte le categorie. I viaggiatori di ritorno, quelli che hanno ritenuto possibile sottrarsi temporaneamente al proprio provincialismo, per tornare magari con degli strumenti; strumenti non per contrastarlo - sarebbe come opporsi alla natura umana - ma per essere resilienti ai suoi colpi, per creare una nicchia riparata che stia in piedi e si alimenti pur rimanendo ai margini della feroce logica provincialista. Io appartengo a questa categoria:ho viaggiato, sono stato per lungo tempo in qualche luogo, ho cercato di crearmi uno spazio, ho pensato sempre al ritorno a casa. Ho pensato che conoscere le lingue, vedere i risultati nel mio campo di altri Paesi, mi avrebbe reso meno duro l'impatto con il provincialismo nostrano. Così non è stato.
Almeno ora so che in realtà ogni luogo ha un suo provincialismo, benché altrove l'autorità pubblica cerchi di arieggiarlo, moderarlo un po', cercando magari di rendere migliore e piú sicuro il premio, ma sempre provincialismo resta. E ha le sue regole:esige continuità, costanza, a suo modo, un'accettazione e una resa definitive. Per cui un ex sognatore non sarà mai un buon provincialista. E un provincialista controvoglia non sarà mai un cittadino del mondo, per tanto che egli viaggi, diventa piuttosto un apolide disagiato e disadattato. E assunta questa consapevolezza, può cominciare a cercare il suo punto di equilibrio, sapendo che chi ha cercato di mantenere uno stile di vita indipendente in un qualche momento della sua esistenza, dovrà cominciare da zero. Un nuova, travagliata venuta al mondo, al mondo provincialista.

venerdì 1 settembre 2017

Da "Tolminci", di Ivan Pregelj



Allora suonò il mezzogiorno. Lo scirocco portava le voci delle campane su da Gorizia, da
Sant’Anna sopra Kromberg, da Salcano, da San Mauro oltre l’Isonzo, fino ai ghiaioni spogli del
Sabotino. Tutto questo scampanio si riversava in un’unica stranissima canzone, ora vibrante, ora
assordante, poi frusciante, a seconda di come tirava il vento, che si posava in forma quasi tangibile
sulla conca assolata con le sue fioriture primaverili così precoci, alle quali quei
montanari non erano affatto abituati. Sotto l’influsso di quel pio canto più d’uno di quei semplici
animi sentì vivamente la bellezza del luogo, del clima e del sole nel quale arrossivano gli alberelli di
mandorlo in fiore. Si perdevano a guardare la piana, bruscamente interrotta dalla linea grigiomarrone della città, la Staragora con la Castagnevizza, il castello, i tetti delle case, i campanili della chiesa gesuitica, la pianura laggiù, nel luminoso Friuli, Piuma, il Calvario, la Mainizza, il Collio,che si alzava fino a San Floriano. Il suono dal basso aveva già smesso di salire quando in alto si fece udire, ennesima dopo tante, la campana di Monte Santo. La voce cupa, bronzea, piombò nei
loro sensi, e sentimenti, in maniera del tutto diversa dallo scampanio della pianura. Alla gente
quella voce parve infinitamente più familiare e rassicurante. Volsero lo sguardo alla chiesa della
Madre di Dio in cima alla nuda vetta. Pregarono di nuovo. Provavano un senso di calore, di affetto,
di vicinanza. Tutti senza saperlo se ne resero conto: lì, sui pendii intorno alla chiesa meta di
pellegrinaggi, iniziava il loro mondo. Fin lì avevano camminato, sui sentieri di Dio. Come parvero
loro belle quelle strade oltre a questa, che loro avevano percorso nella notte, verso la bella piana,
che loro sentivano estranea, fredda, minacciosa e ostile. In un silenzio irreale, inseguirono ciascuno
i suoi pensieri. Qualcosa li tormentava: era la tristezza di tutti i montanari. Sentivano nostalgia.
Allora udirono gridare dalla torre davanti a loro:
-Arriva gente da Gorizia!-

domenica 11 giugno 2017

Considerazioni inglesi - 1



Recentemente, grazie alla generosa ospitalità di John, amico di famiglia anglo-goriziano, e della sua famiglia, Alison, Gianluca, Siena, ho potuto approcciarmi per la prima volta all’Inghilterra, sicuramente un Paese molto presente nell’immaginario comune anche della gente che non viaggia e non è particolarmente interessata all’esistenza di un mondo al di fuori della propria routine.
(Mi scuso per le foto, ma questo succede quando ci si dimentica il caricabatterie della macchina fotografica e si deve ovviare con un cellulare scadente).


Se c’è, infatti, un luogo su cui si hanno luoghi comuni, questa è l’Inghilterra. Da quando tutti pensiamo di sapere l’inglese, pensiamo anche di sapere molte cose sull’Inghilterra. Mi metto tra questi; ho invece scoperto l’insufficienza del mio inglese.
L’Inghilterra è Londra? L’aeroporto dove volano gli aerei low cost si chiama Stansted. Londra dista un’ora almeno in macchina; io nemmeno dall’aereo l’ho vista. In compenso, ho visto la campagna inglese. Ecco un luogo comune vero: l’Inghilterra è verde, ma verde verde verde.




Ho alloggiato nel piccolo villaggio di Wroxton, vicino a Banbury, in un angolo periferico dell’Oxfordshire. Qualche centinaio di anime, belle case in sandstone, o pietra di sabbia, gialla. Ecco un secondo luogo comune vero: gli inglesi hanno il pallino del giardinaggio, ogni centimetro quadro dei loro spazi esterni è popolato di bordure piene di fiori; sarà anche vero che il clima inglese è grigio, ma avere un bel giardino è un buon antidoto, evidentemente.








Il sole sorge così presto, in Inghilterra, io imprudente non ho avvicinato le tende, così verso le 5 la stanza era invasa di luce e non mi è rimasto altro che farmi un giro. E’ difficile descrivere quanto bella e curata sia la campagna inglese, gli splendidi campi di cereali, di fave, i pascoli, le siepi, i maestosi alberi solitari. 








Ogni tanto, sulla strada, un cartello indica un footpath, un sentiero. Non resta altro da fare che prenderlo. Questi sentieri sono esili, ma ben battuti. Certe volte passano direttamente nelle coltivazioni. C’è da qualche parte un agricoltore che ha arato un campo, lo ha concimato, diserbato e seminato, ma accetta senza recintare, senza apporre cartelli, che cani e persone calpestino i suoi sforzi. Questi sentieri bucano siepi, e saltano le staccionate con l’aiuto di sgabelli, passano in mezzo ai pascoli. Questi sentieri devono essere sacri: man mano che ti avvicini al villaggio, noti che le (delicate) case di qualche espansione edilizia recente non ci si avvicinano, come se il sentiero fosse una specie di linea dell’alta tensione dello spirito civico, chi la viola, muore. Il sentiero abbandona la campagna dolcemente, diventa un piccolo parco sinuoso tra le case nuove e poi ti fa sbucare direttamente nel centro vecchio del villaggio. 



Chissà quali consuetudini, quali antiche regole ci sono dietro questi sentieri. Perché l’Inghilterra è un paese conservatore, e conservato: tutti i paesini della zona sono come Wroxton. Con la loro chiesetta gotica, che ha un cimitero molto gotico nel giardino con tombe di gente morta tipo nel 1850, e numerosi sepolcri anche dentro la chiesa, a volte vistosi sarcofagi di notabili locali. Niente barocco in questa zona: solo gotico. Infatti l’Inghilterra ha una storia sua particolare: dal 1066 in poi, nessuno l’ha più invasa, quindi tutto, in un certo senso, continua da quella volta – diritti, consuetudini, edifici, le persone. E’ pur vero che non sono mancate guerre – l’Oxfordshire è stato teatro della Guerra delle Due Rose nel ‘300 e di quella Civile nel ‘600 quando i nobili guidati da Cromwell, in rotta col Re, avevano deciso di diventare una repubblica. Ma appunto, dal 1066 in poi, sul suolo inglese gli inglesi si sono limitati a scannarsi tra di loro, ammettendo al massimo gli scozzesi. Per questo, la continuità è palpabile. 






 
Uno degli aspetti di questa continuità sono le diverse dimore, ancora abitate dalle famiglie che ne sono proprietarie e che, per mantenerle, cercano di farle diventare attrazioni turistiche e inventano occasioni – in certi casi anche molto valide – per spillare soldi al passante. Così ad esempio Broughton, da secoli in mano alla famiglia Fiennes. Il lato positivo è che così facendo, le dimore sono mantenute, anche nel loro lato più oneroso, cioè i vasti parchi. Per dire, a Broughton sono le pecore che mantengono il prato. Un impietoso paragone col povero parco di Miramare si impone, cosa direbbe il povero Arciduca se vedesse com’è ridotto…

















Una gigantesca dimora è Blenheim. Blenheim ha una storia più recente. Il conte Churchill era un militare e un intrallazzatore di corte, finché nel 1704 non sconfisse Luigi XIV, il re Sole, nella località bavarese di Blindheim. Questo diede un duro colpo all’espansionismo assolutistico francese e il conte Churchill divenne un eroe. Come premio, gli venne dato un terreno e una grossa somma di denaro, con la quale il conte si costruì una dimora che doveva essere la risposta inglese a Versailles… E credetemi che questo sito UNESCO è la risposta giusta. Il palazzo è attrezzato con suggestivi percorsi multimediali, statue a grandezza reale che si muovono e altre trovate geniali grazie alle quali chi fosse equipaggiato di un inglese un po’ più florido del mio può apprezzare davvero la storia di tutti gli strambi e grandi personaggi che hanno popolato questa reggia, tra i quali un tale Winston…











Quel giorno Blenheim ospitava una manifestazione gastronomica con chioschi. La gastronomia inglese non gode di buona nomea: quel che è vero, è che non è facile scovare una tradizione culinaria inglese. Gli inglesi, così conservatori per molti aspetti, hanno smarrito più di altri quel legame tra materia prima, cioè agricoltura, e consumatore finale, legame che è la base di ogni tradizione gastronomica che si rispetti. Sarà per via dell’industrializzazione precoce, o della grande distribuzione che è arrivata così presto, o per altre cause? E’ un fatto comunque che tale trend si sta invertendo, e sempre di più gli inglesi si rivolgono ai loro farmers e anche lì a Blenheim, accanto a proposte più o meno improbabili, definibili con un eufemismo “internazionali”, c’erano dei produttori locali (alcuni proponevano le loro “coppa” e “culatello” made in UK, e vabbè). La situazione che mi descrive John è questa: “Una volta a Bambury c’erano diverse panetterie. Ora nemmeno una.” Il che mette tristezza, specie se si pensi che il grano è la principale coltura della zona. Ma ci sono buone prospettive che la situazione cambi. Si noti: tra gli espositori, c’era un produttore di spumanti inglese…(continua...)