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domenica 18 febbraio 2018

Pillole di Svevia - qualche appunto da un piccolo viaggio intorno a Stoccarda




Un ringraziamento speciale a Luca e ai suoi datori di lavoro
Come ogni volta che vado da qualche parte, anche questa volta ho dimenticato la fedele guida Lonely Planet a casa. Io e Stefano godiamo dell’ospitalità di Luca e dei suoi datori di lavoro, l’azienda agricola biodinamica Sonnenhof a Bad Boll. Poco male, quindi: lui e specialmente Simon, il suo collega responsabile di stalla, si comportano da Lonely Planet ambulanti e ci snocciolano una serie di suggerimenti. La macchina che gentilmente Luca ci concede, la nostra voglia di andare a caso, nonché il tempo cupo ma inoffensivo, fanno il resto, e così anche questo viaggio è un lungo rosario di scoperte molto soddisfacenti. Tornato a casa, consulto la guida della Germania e questa simpatica zona, a circa metà strada tra Stoccarda e Ulma, è un po’ snobbata: urge quindi rimediare, perché vale davvero la pena di pascolare tra i prati, i boschi, i vigneti, i meleti e le bettole tra queste colline. A seguire, qualche breve appunto.

Göppingen, il brutto anatroccolo

Con qualunque indigeno parliate, vi dirà che Göppingen è la città più brutta del Baden-Württemberg. Confesso che abbiamo insistito ad andarci proprio per questo. In realtà non è così catastrofica, anche se è evidente, come mi spiega la signora del punto informazioni turistiche, (Marktstrasse 2), che paga alcuni antichi incendi e discutibili scelte urbanistiche degli anni più recenti (certe cose non succedono solo in Italia). Abbiamo scoperto poi che ha una vita culturale di tutto rispetto: c’era in corso in una galleria cittadina una mostra su Picasso e la letteratura che non abbiamo avuto il tempo di vedere; ospita un paio di musei. Noi abbiamo visto quello sui trenini, annesso all’azienda che li produce: il Märklin Museum. Con questi trenini molti tedeschi hanno giocato ed è per questo che il museo ha un certo appeal. E’ piccolo ma interessante per un appassionato. Complessivamente, anche il solo punto informazioni vale lo scomodo: sono fornitissimi, gentilissimi e soprattutto parlano inglese (cosa che abbiamo scoperto non essere affatto scontata). E’ quindi un punto ideale per iniziare a esplorare la zona.

Motori e motori

E’ probabile che nessun giovane maschio venga a Stoccarda senza voler vedere il museo della Mercedes e quello della Porsche: io sono invece tra quei pochi i quali non ci avrebbero minimamente pensato. Non così Stefano: e così eccoci diretti verso le floride periferie industriali di Stoccarda. Per me – assolutamente non appassionato di motori – è stata comunque una grande scoperta. Il museo Mercedes si trova in un avveniristico edificio; lungo i corridoi a spirale che dal settimo piano discendono fino a terra, e nei vari piani,  si possono vedere le vetture, raggruppate per periodo  storico ma anche per utilizzo (ad esempio, molto interessante la parte sui veicoli di soccorso). Foto e filmati ripercorrono la storia generale in parallelo con quella della casa automobilistica: particolare interessante, il periodo in cui i prigionieri e i deportati venivano sfruttati nella fabbrica, non viene sottaciuto e minimizzato, è invece spiegato con tanto di foto e disegni dei prigionieri. Dieci euro che, contro le mie aspettative, ho ritenuto ben spesi: includono le audioguide che, anche in italiano, forniscono ottime spiegazioni sui pezzi esposti e le storie dei protagonisti. Non così gli otto che costa il museo Porsche: l’edificio è avveniristico anche qui, ma a me è parso più che altro una concessionaria, con molte macchine. Anche qui è disponibile l’audioguida in italiano, ma ho trovato le spiegazioni piuttosto autocelebrative e poco interessanti. Difficilmente digeribile, questo museo, per il non appassionato.

 

Inaspettato vino di Svevia

Dalle vetrate del museo Mercedes, lo sguardo spazia sulle colline circostanti: con grande sorpresa, le vediamo coperte di ripidi vigneti. Finita la visita, un giretto per quelle colline ci viene quasi istintivo. Ed eccoci vagare tra Rotenberg, Uhlbach e Obertürkheim. A Rotenberg, fantastico il panorama dalla Rotenberg Grabkapelle, che viene da qualche parte definito un Taj Mahal svevo, mausoleo per una principessa del ‘700; non abbiamo visitato l’interno. A Uhlbach c’è una simpatica enoteca, dove per 2,50 euro è possibile avere degli onesti taglietti di vino locale. La banconiera parlava italiano, ed è riuscita a convincerci a visitare, per 3 euro, l’annesso museo del vino: uno stanzone carino ma piuttosto sgombro, con attrezzi antichi e qualche reperto (es. statue) relazionate al vino. Interessante il focus su Sant’Urbano, ricorrente in molte zone vitivinicole in giro per l’Europa. Interessante anche la spiegazione della storia viticola del luogo, come ad esempio la “razionalizzazione” che ha sostituito agli scomodi terrazzamenti gli attuali filari ripidissimi esteticamente (e forse anche ecologicamente) a mio parere discutibili. Parecchio efficace materiale per spiegare la geologia del terroir.

 















Geologia portami via

Proprio la geologia sembra essere una vera passione del posto. Qualunque punto d’inizio di scampagnate viene corredato di un bel cartello di spiegazione della storia geologica del luogo. Lo Schwäbische Alb, o Giura Svevo, in effetti, è un affascinante caos di fondali marini giurassici, ex vulcani, antichissime montagne piallate dagli elementi. Il tutto si contorce e sovrappone. Tra le chicche imperdibili, l’Urweltmuseum di Holzmaden. Qui, da una cava di scisti bituminosi, iniziarono ad emergere fossili che nell’800 gli Hauff, dinastia di paleontologi, studiarono e prepararono per l'esposizione. Si possono vedere nel museo pesci, posidonie (un'intera colonia di questi antichi vegetali è stata recuperata ed esposta, lunga parecchi metri), ittiosauri e plesiosauri, nonché alcuni dinosauri volanti e alcuni antenati degli odierni coccodrilli. I singoli fossili, splendidamente conservati, occupano in qualche caso anche 6-7 metri di parete. Tra i più interessanti, una plesiosaura che stava partorendo mentre morì: gli embrioni si sono fossilizzati accanto a lei. Assolutamente da vedere, se si ha un minimo di passione verso i dinosauri, il museo è corredato da molto valido materiale multimediale. Una grossa pecca: le didascalie sono solo in tedesco; in italiano viene venduto un libricino (3 euro in aggiunta ai 7 del biglietto) che è un’agonia consultare mentre guardi i pezzi esposti; sarebbero state disponibili delle audio guide, anch’esse a pagamento.

 












Gli allucinanti orologi di Stoccarda

Di Stoccarda ho letto recensioni entusiastiche; tuttavia abbiamo avuto poco tempo per visitarla a dovere. Quello che siamo riusciti a fare, in uno scampolo di pomeriggio, è stato vedere il Landesmuseum Württemberg e bere un caffè nella maestosa Schlossplatz. Il museo lo abbiamo trovato gratis per una qualche circostanza, altrimenti dovrebbe costare sui 4 euro. Li sarebbe valsi tutti. Ospitato nell’Altes Schloss (il vecchio castello dell’XI secolo) racchiude una collezione archeologica molto valida: chi è appassionato da celti et similia non dovrebbe farselo sfuggire, visto che comprende una selezione di tesori di tombe principesche (la Germania meridionale fu il fulcro della civiltà di La Tené) tra cui la ricostruzione di un carro su cui, probabilmente, il defunto doveva raggiungere l’aldilà. Comprende inoltre pezzi archeologici di altre civiltà portati da collezionisti e oggettistica preziosa appartenuta alla casata dei Württemberg. Ma la collezione di orologi a pendolo, perlopiù risalenti al ‘500, che si trova nei sotterranei, è davvero, secondo me, il pezzo forte di questo museo, un’allucinata visione di orsi che portano struzzi al passeggio e altre stravaganze. Vale davvero la pena, un monumento alla strabiliante immaginazione di artisti d’altri tempi.

Nel mondo delle fiabe

Se si va a zonzo per le campagne sveve e i villaggi, non si può restare insensibile alle case fatte a graticcio, il famoso fachwerk. Lo schema di travi crea disegni; l’abitudine di dipingerle crea un universo di colori. Abbiamo girato a casaccio un certo numero di villaggi: Beuren, Wiesensteig, Kirchheim (che a dire il vero è una piccola e vivace cittadina), andando a memoria, sono i più carini. Praticamente tutti i villaggi, comunque, ospitano un certo numero di queste case, che risalgono spesso al tardo Medioevo. Spesso storte e sghembe, spesso con delle curiose bombature che sporgono dai riquadri in mezzo alle travi, si viene sfiorati dal pensiero che siano case di marzapane come in Hansel e Gretel. In realtà, il materiale di riempimento è (con sorpresa) composto soprattutto di argilla, paglia, rametti; il basamento, per evitare i danni dell’umidità, è invece solitamente pietra. I villaggi più pittoreschi sono uniti da una fachwerkstrasse.        









 

                                                                            

I pittoreschi villaggi della Svevia sono in genere completati da:                                                            

-una chiesa in pietra, generalmente gotica e medievale, coi suoi elementi appuntiti. Solo a Wiesensteig la chiesa era barocca e in fachwerk  






   

                                                                                                                            

-un bel castello, o una rovina in cima ad un colle (abbiamo visitato Limburg – solo resti in cima ad un ex vulcano dal bel panorama, Teuffen – splendido panorama e visitabile, ma chiuso in inverno, Teck – altro fantastico panorama, ma del tutto senza vita in questo periodo – e infine Reussenstein, rovina davvero scenografica in cima a una rupe a picco su pascoli e meleti.) Si consideri che in media a questi castelli non è consentito salire in auto: mezz’ora almeno di ripida passeggiata va quindi messa in conto.

 




















-una simpatica bettola: tradizionali, ben rifornite di ottima birra e cibi tedeschissimi. Segnalo quella di Pliensbach e quella di Wiesensteig, dove abbiamo conosciuto un simpatico espatriato siciliano e abbiamo a malincuore evitato situazioni pericolose in cui ci venivano offerte birre, perchè l’aereo partiva di lì a poco e ci è stato tiranno. Lasciate pure a casa il vostro inglese e la carta di credito, qui non ve ne servirete.


 In conclusione desidero scusarmi per la qualità invereconda delle foto, ma prometto che sarà posto rimedio la prossima volta. Spero che che queste brodaglie sfocate contribuiscano a invogliarvi a fare un giretto.