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mercoledì 14 febbraio 2018

"Il ragazzo del Tagliamento" di Amedeo Giacomini, ovvero la Rivoluzione Verde in Friuli vista con gli occhi della letteratura




Con il gentile permesso della casa editrice Santi Quaranta (che ringrazio sentitamente) riporto questi spezzoni de “Il ragazzo del Tagliamento” di Amedeo Giacomini. Li pubblico perchési tratta di  una descrizione lirica e ispirata dei cambiamenti dovuti alla modernizzazione, nelle campagne e nelle genti friulane. Sono i cambiamenti visti attraverso gli occhi di un testimone diretto, di grande cultura anche agraria, che non ha timore di apparire ruvido e sgradevole nei giudizi. L’amore per la propria terra si intuisce da ogni riga; ma si percepisce anche la preoccupazione per ciò che se ne stava facendo. Il romanzo uscì postumo nel 2006, ed è naturalmente molto di più di una descrizione: è un bellissimo romanzo autobiografico che racconta la giovinezza di un uomo di cultura, la scoperta dell’amore, l’amicizia con Pietro, un vecchio strano uccellatore, l'armonia con gli elementi. Ma vi si scorge anche la difficoltà di esprimersi e di vivere in un ambiente profondamente conformista quale quello della piccola provinciale "città scroto" nella quale possiamo, in fondo, vedere qualunque cittadina della Regione.

Nato a Varmo nel 1939, Giacomini esordì con un’opera narrativa e un breve trattato (“L’arte di andar per uccelli”) alla fine degli anni ’60; divenne poi noto per la sua opera poetica in friulano che scelse anche in concomitanza al terremoto e per “un’esigenza di ‘verità’ rispetto all’Io nostrano che spesso naufragava in illusioni edeniche (…), (…)  una lingua che non s’appigliava alle rispettose bellurie della cosiddetta Koinè, piena d’arcaismi e di venetismi, una lingua corrotta insomma come quella dei miei compagni di strada e d’osteria, “bassa” rispetto alla masturbante purezza di chi (magari soltanto in poesia) vedeva il Friuli come la soglia di un paradiso.” (dal contributo di Andrea Temporelli disponibile qui)
  
di Amedeo Giacomini, con gentile permesso della casa editrice Santi Quaranta

Il mio Paese era il luogo abitato forse più antico della nostra Bassa. Derivava il nome da una radice prelatina che significa bagnato, umido, piovoso, e questo a ragione perché, con le sue case di sasso inazzurrate dal solfato, con le fattorie dipinte di rosso, sorgeva, a poca distanza dal mare, in una conca tra due fiumi, di cui l’uno, il Tamaresco, alimentato da acque sorgive, scorreva profondo e tortuoso tra boschi e paludi; l’altro, il Tagliamento, diviso in ramoni, serpeggiava tra dossi di sabbie e ghiaie entro un greto sconfinato (le grave) che cespugli di vincastro, fratte di gattice e boschine d’ontani, chiazzavano d’argento e di viola come pelle di un assurdo animale.
Intorno al municipio e alla chiesa principale, quand’ero bambino, lo abitavano una trentina di famiglie di coloni, dediti a un’agricoltura arcaica, quasi di pura sopravvivenza; accanto a codeste, alcune altre di piccoli proprietari e di braccianti tuttofare, spesso disoccupati.
La vita vi era lenta, uniforme, immodificabile, dove il presente assomigliava al passato, dove tutto scorreva in modo sempre uguale, alle prese con gli umori delle stagioni, con i gastaldi, feroci guardiani delle colture, e i debiti mai soluti coi fattori.
(…)    
Nonostante questo la nostra famiglia, pur non potendosi considerare di baccani (di contadini benestanti, cioè) era abbastanza fortunata. Abitavamo una casa tutta nostra, una delle poche costruite in mattoni e con il pavimento di legno anche in cucina (le altre, persino quelle relativamente moderne di certi coloni, ottemperando a una regola codificata addirittura dal Palladio, erano scomode, con i soffitti bassi, fredde e scarsamente illuminate, con i pavimenti in argilla battuta o, nel migliore dei casi, ottenuti da una colata di cemento grezzo e ciò “per invogliare i bifolchi – gente perfida e pigra più del naturale – a starsene tutto il giorno nei campi…”) e potevamo, senza problemi, mangiare tutti i giorni, ché eravamo proprietari di un gran orto, di un brolo dietro ad esso, lavorato da tempo ‘in economia’, affidato, cioè, nel tempo delle semine  e dei raccolti, alle ben sorvegliate fatiche dei braccianti.
(…)    
Tornai così di rado al paese in quegli anni da non essermi quasi accorto di com’esso stesse cambiando. Era successa una piccola rivoluzione: alcuni proprietari (il mugnaio che, in tempo di guerra, aveva fatto i soldi con la farina di contrabbando, baccani ex emigranti con terra) avevano deciso, politicamente uniti con chi comandava gli enti regionali, esser giunta l’ora di avviare l’agricoltura locale da una condizione decisamente arcaica, fonte prima di tante miserie, a una larvatamente industriale.                         
Ottenuti finanziamenti dal tasso molto basso e a fondo perso, si erano affidati ai tecnici dell’Ispettorato Agrario e costoro, valutando la “sostanza” delle nostre campagne, ne avevano scoperto la forte vocazione maidicola. Il mais, però, per venir coltivato in maniera moderna e redditizia, richiede vasti e compatti spazi arativi (va piantato fittissimo e le sue distese, per questo, sono lavorabili soltanto con macchine) per cui, partendo proprio dal nostro paese, cuore e fegato della Bassa, si era dato inizio in tempi assai brevi, al riordino fondiario, a spianare ovunque i boschetti naturali, a prosciugare fossati e rogge, al risanamento dei terreni ‘freddi’, a prosciugare soprattutto le vaste e intricate paludi del Tamaresco e dei suoi piccoli affluenti.
Fin dai primi giorni del mio ritorno ebbi la sorpresa di trovare ogni piazzuola occupata, a sera, da idrovore e caterpillar pronti per gli scassi, per i livellamenti, per la formazione – ed era l’evento più importante – di un lungo canale che, raccogliendo tutte le rogge nate dalle olle e i ruscelli capricciosamente vaganti fuori della palude, li convogliasse nel fiume.
Si sarebbero così guadagnati in breve volger di tempo centinaia di campi: un vero e proprio deserto fino a quando non veniva coltivato, lungo chilometri e privo d’alberi, delle variegate boschine fitte d’alni e d’enormi vinchi che, per secoli, avevano reso quasi impenetrabili le rive del fiume.
I nuovi padroni, pagando interessi quasi ridicoli, avevano subito comprato macchine agricole d’ogni tipo.
Ai tempi di me bambino c’era un solo vecchio trattore, in paese, appartenente al mugnaio, che veniva affittato per le arature ai pochi che potevano permettersi la spesa; ora, di trattori ce n’erano almeno una ventina, nuovissimi e delle migliori marche, con aratri da scavo profondo e leggero, attrezzati di fresatrici e di erpici, in grado di compiere, magari in un giorno solo, il lavoro che, in un tempo ancora recente, teneva occupate per settimane intere famiglie.
Certo il paesaggio, quel mondo ricco d’angoli misteriosi s’era fatto diverso.
Ovunque si vedevano terre arate in riposo, traslucide di terra torba, distese di zolle enormi da cui spuntavano come relitti le rosse corde e gialle delle radici; le limpidissime acque, scorrenti all’ombra dei vincastri e degli ontani, non c’erano più; tutto aveva un’aria di provvisorietà e di abbandono, ma a me, passato il primitivo sconcerto dei sentimenti, quelle metamorfosi, l’aria finalmente non torva sulla faccia della gente, il fatto che in piazza, tra la chiesa e il municipio, si stesse costruendo addirittura la filiale di una banca, in fondo non dispiacevano. Se politici e vecchi e nuovi padroni avessero in seguito usato una certa finezza morale e culturale, qualcosa sarebbe forse cambiata…
(…)    
Per lui (Pietro il vecchio uccellatore, n.d.r.) – e riassumo soltanto la sostanza di un lungo discorso che fece senza neppure prendere fiato – a trar vantaggio dal cosiddetto riordino fondiario sarebbero stati soltanto i politici. Da nuovi apostoli, questa sporca gente, prometteva a mezzadri e sottani il paradiso, e lo faceva distruggendo tutto. Il danno che si stava per fare prosciugando le paludi e irreggimentando con il cemento il Tamaresco, sarebbe stato spaventoso. Da qualche anno, il nostro polmone della Bassa – così definì le nostre terre incolte – si sarebbe seccato; le falde freatiche, cioè, richiedendo la coltura intensiva del mais un uso smodato di acqua, si sarebbero irrimediabilmente abbassate, creando intorno al paese un deserto, ammantato, per pochi mesi, di un verde artificiale e puzzolente, nutrito di concimi e diserbante (“sono”- mi disse “ quei prodotti chimici come le sardine sotto sale: se ne mangi troppe, sei costretto ad ingozzarti di liquidi fino a scoppiare”…). Vantaggi economici, sulle prime, ci sarebbero magari anche stati, ma provvisori, buoni solo ad accendere la qualunquistica voglia dello star bene (“adesso abbiamo già qua i primi trattori; tra poco, vedrai, ci riempiremo di macchine che toglieranno il lavoro, costringendo la gente ad andarsene di nuovo, a cercar altro… Tutto diventerà fuga verso lo star meglio: chi sarà più bravo, più attento, più capace, farà i conti solo con sé stesso, ansioso di strapparsi di dosso le radici, di non più ritrovarle… Si piomberà allora in un’insofferenza a cui non si saprà neppure dare un nome…”). Si fosse voluto davvero favorire i contadini, visto che pare ormai impossibile consegnar loro la terra che lavorano, eliminata anche la vergognosa mezzadria, sarebbe stato più opportuno aiutarli a creare aziende modello come nei Paesi veramente sviluppati, e ciò senza mutilare in modo drastico la natura…
In un solo pomeriggio, mi disse cose per me nuovissime, sulle quali non ero ancora in grado di farmi un giudizio; quello che riuscivo a vedere in giro era qualcosa di paragonabile a un’imprevista corrente in uno stagno: la gente del paese, i contadini, si muovevano in essa in turbine, frastornati, come la sabbia e non mi fu facile perciò tentare di contraddirlo. Parlai di speranze, di voglia finalmente del nuovo, ma per Pietro i poveracci che seguivano senza riflettere quei cambiamenti restavano gregge, ‘governativi’ come sotto ogni regime e quindi costretti a tollerare, a pascolare nel nulla.
Mi ci volle un poco per capire le ragioni di fondo della sua rabbia. Dovendo il canale evitare una curva viziosa, si era deciso attraversasse anche il prato dell’Uttia. Era codesto un terreno demaniale (Pietro pagava per esso ogni anno una modestissima tassa al Comune) per cui non c’era stato neppure esproprio: l’impresa costruttrice lo aveva fatto ripulire degli impianti, capanno compreso, senza chiedergli neppure il permesso.
(…)
(il racconto della madre, n.d.t)
“Nel giro di pochi anni, i contadini sono diventati tutti baccani, fanno lavorare le macchine, avute quasi per niente con le sovvenzioni, e comprano le ormai poche terre disponibili per diventare sempre più grandi, sempre più ricchi… Si farebbero accoppare per il soldo quasi non sapessero che quello resta e loro vanno. E per farne ancora distruggono tutto, strapazzano la terra con i veleni più terribili. E poi basta che ti guardi in giro… Per prendere i finanziamenti regionali, le terre del mugnaio, che qui è il più ricco, cambiano ad esempio ogni anno di vocazione: per un poco sono diventate risaie, cosa mai vista da queste parti, poi terreni da mais; quest’anno prossimo, dopo il raccolto, pare voglia piantarci pioppi: aspetterà dieci anni per guadagnarci sopra, ma intanto, per suo figlio che si sposa, ha fatto costruire una villa da trecento milioni”.
(…)
Allargai le braccia. Le domandai invece del paese, di quel che n’era del riordino fondiario.
“E’ già tutto a posto, livellato. – rispose – Hanno finito di tirar le scoline, ma ci sono ancora problemi per il canale: non contiene… Nonostante le tonnellate di cemento, bastano un paio di giorni di pioggia un poco forte e tracima allagando i campi fin quasi al cimitero, fino alla chiesetta. La gente (soprattutto il mugnaio che lì ha il granturco) è stufa, ma gli ingegneri dicono di essere a buon punto, anche se loro, tra i venuti da fuori e quelli del Consorzio, fanno scavare ognuno per conto proprio e litigano tutti i giorni.”
(…)
Pioveva di continuo, dall’alba fino al tramonto: una sorta di pianto lungo del cielo che, alternandosi a mattine o pomeriggi ventosi, buoni solo a riaccumulare la riserva inesausta di nubi, durava da oltre un mese. L’aria era appiccicosa, insopportabile, una novità per la nostra regione nella quale, solitamente, in quel periodo si viveva un dolcissimo e colorato prosieguo dell’estate. I fiumi, ancorché dalle pendici dei colli fossero quasi tutti di risorgiva, erano gonfi; minacciosi d’esondazione quelli a carattere torrentizio provenienti dalle non curate montagne. Le donnette che due volte per settimana venivano dai paesi della Bassa in casa di Cinzia a vendere i prodotti dell’orto, sordamente preoccupate per i raccolti del mais e dell’uva già in rovina, non parlavano che di quello, incolpavano dell’inusuale situazione le bombe atomiche, le diavolerie tutte degli uomini, che avevano voluto mettersi in folle gara con Dio. Quando la pioggia, presunta vendicatrice, aveva momenti di tregua, ora che principiava l’autunno, si levava ovunque dalla terra umidissima una nebbia fitta, invalicabile.    
(…)
Poi venne novembre e i fatti precipitarono. Furono ancora le condizioni atmosferiche a preparare in qualche modo la mia resa. Pioveva. Mai, a memoria d’uomo, s’era visto un simile autunno. Alle lagnanze dei contadini così pessimistiche da essere nell’abitudinarietà persino noiose, si univano ormai, più credibili, anche quelle di chi era costretto a lavorare all’aperto, degli edili, specialmente, fermi da tempo nelle costruzioni (mio fratello, che da costoro dipendeva, era stato costretto a lasciare a casa metà dei dipendenti, impiegando gli altri – quelli considerati più bisognosi – in perdita, per il semplice e persino non necessario riordino dell’officina); anche altri univano le loro astratte proteste spesso invocando, nella loro impotenza a porre rimedio, aiuti economici dal Governo e dalla Regione.
Era un problema che non coinvolgeva soltanto noi, ma tutto il Settentrione. I meteorologi lo imputavano all’inusuale assenza, da un lungo periodo, dell’anticiclone delle Azzorre. Non regolando codesto il gioco delle pressioni, i turbini dell’Atlantico, partendo dalle isole della Scandinavia, invano trattenuti dalla barriera delle montagne, scendevano colpendo parte della Germani, l’Austria e soprattutto le valli del Nordest. Data l’eccezionalità del caso non si poteva prevedere quando le cose sarebbero potute cambiare. Per fortuna qui da noi, grazie alla forza dei venti di contrasto, l’Adriatico riceveva ancora l’acqua dei fiumi; in caso contrario, per il disastro ecologico in cui versavano le nostre campagne, ci sarebbe stato di che preoccuparsi in maniera seria.
Era un discorso sospeso, un accenno scaramantico o di dubitosa speranza, ma il fiume nostro più grande (il Tilaventum rapax et ferox come già Plinio l’aveva definito) quasi a renderlo anche cupa minaccia, alimentato dagli affluenti collinari curiosamente gonfi già dalla fine dell’estate, premeva in più punti sugli scombinati argini dove il greto era meno ampio. La gente che a quei luoghi si affacciava, i contadini, depositari di antiche esperienze, guardavano il cielo come fosse stato il vendicatore di chissà quali peccati; bestemmiavano, talvolta, che era poi il loro modo di pregare, tacevano cupi talaltra, scuotendo mestamente il capo.
Ed ebbero terribilmente ragione, gli abitanti della mia Bassa, soprattutto. I soliti commentatori televisivi delle condizioni atmosferiche, con la consueta asetticità, informarono a un certo punto che i ven ti da settentrione e ponente avevano ceduto a quelli provenienti dai quadranti meridionali, caldi e ancora più umidi. Ora c’era da aspettarsi il peggio. Si levò infatti improvvisa una notte un’aria spessa, soffocante, violenta, che partendo dal mare compattò le nubi (le si vedevano scorrere come un esercito ubriaco e straccione) sulle colline e sul catino della pianura. Per alcuni giorni ci fu un diluvio ininterrotto. L’acqua, in gocce grosse come noci, era impastata di fango. Le macchine allo scoperto, i vetri esterni delle case, si coprirono d’una patina che, se toccata, pareva limo ferroso e giallastro. Era la sabbia dei deserti africani portata dallo scirocco che nel suo stendersi sul mare in burrasca spinse le maree fin dentro la piana, non ne trattenne più il normale flusso, creo una barriera al corso dei fiumi insuperabile.
E fu l’alluvione, il disastro causato non solo dall’eccezionalità delle intemperie, ma previsto da tempo dagli inascoltati esperti, persino dal povero Pietro e non perché egli fosse stato solo l’inaffidabile Cassandra interessata o “il mago venezuelano invidioso e porta pegola”, bensì in quanto era frutto di una disgrazia quasi consapevolmente cercata. L’avvio del benessere economico, cominciato da qualche anno, aveva portato denaro persino nelle zone storicamente più povere, a stravolgere la natura spesso inquieta, anche tanto cemento. I borghi appena un po’ più grossi si erano dilatati a un ritmo impressionante fino a diventare città; spesso le loro periferie – un gregge di capannoni dove si sperimentavano, con la voracità di far pronte ricchezze industrie e industriette le più disparate – crescevano quasi in una notte e non v’erano piani urbanistici a gestire i risultati; nelle campagne intorno ad esse rogge, paludi, canali e boschi, copiose e naturali difese alle acque nei giorni turbinosi, per crear spazio alle monocolture erano stati distrutti dalle bonifiche, ma ciò senza una legge che curasse possibili difese. Tutto era stato affidato al caso, alla fortuna. 
Nei primissimi giorni di novembre, proprio dopo i Santi, i fiumi, anche quelli dal greto più ampio, non riuscirono a reggere la massa delle acque. Le terre prossime alla marina furono le prime a pagarne le conseguenze; neppure il cemento (povero cemento, si disse poi, gettato con molto risparmio da imprenditori briganti) con cui erano stati ricoperti o convogliati fiumi e fiumiciattoli, rogge e torrenti (l’acqua Bianca e l’acqua Reale, il Cragno, lo Strangolìn e la Tòssina, affluenti da noi del Tamaresco e del più lontano Stella) resse al terribile urto. Le coperture, il neo costruito canale del mio paese, letteralmente scoppiarono. Le acque, disperse nelle grandi campagne appena seminate, fluendo fangose e piene di detriti o sprizzanti da fontanazzi creatisi all’improvviso quali pozzi artesiani, s’unirono, anzi si schiantarono contro quelle del Tagliamento che, la notte del quattro, proprio sul farsi del grigio mattino, ruppe l’argine in una curva del lato sinistro dove, per qualche tratto le grave (la grande lettiera di sassi) si restringevano. Posti in una specie di naturale catino, non più protetti dai boschi demaniali trasformati dai cosiddetti furbi in distese gratuite di mais, quasi tutti i villaggi – le case talora ristrutturate fino al tetto – furono sommersi nel giro di poche ore da un liquido spesso, da una palta nera di torba e profondissima, diventarono un lago che, senza sbocchi per la barriera formata dalle maree, girava come un gorgo vorticosamente su sé stesso.  

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